Visioni d’addio
Il teatro dell’Opera di Roma presenta un concerto sinfonico in data unica, intitolato Visioni d’addio, con Michele Mariotti a capo dell’orchestra e Marina Rebeka come ospite d’eccezione. Il programma inizia con i Vier Letzte Lieder di Richard Strauss e termina con la Sinfonia n. 9 in do maggiore “La Grande” D 944 di Franz Schubert.
ROMA, 28 maggio 2026 – Il Teatro dell’Opera di Roma, da qualche stagione a questa parte, sta ampliando la sua programmazione includendo musica sinfonica: un tentativo, certo probo, di allargare i suoi orizzonti e mettere alla prova tutte le maestranze con un repertorio che non corrisponde, certamente, a quello canonico di un Teatro dell’Opera. Per questa serata, Michele Mariotti ha in programma di dirigere due capolavori appartenenti all’alba e al tramonto del romanticismo: la Nona di Schubert e i Vier letzte lieder di Richard Strauss.
Mariotti, da ottimo direttore d’opera qual è, ha nell’individuazione dell’atmosfera, nel cogliere la pittoricità di una pagina musicale uno dei suoi pregi. In Strauss il direttore mira proprio a questo, dico mira nel senso che la sensibilità ci può anche essere ma ad emergere ancor più evidente è un vulnus, che sarà una costantedi questo concerto: l’altalenante qualità sonora della resa dell’Orchestra dell’Opera di Roma, lontana da quel suono di una florida pienezza necessario per partiture come quelle di Strauss o, solo per fare un altro esempio, Mahler. Marina Rebeka, soprano che ha dato sempre eccellente prova di sé sul palco del Costanzi, sceglie il massimo teatro capitolino come luogo di debutto europeo per i suoi Vier letzte lieder. La Rebeka ha tutte le carte in regola per fare bene in queste quattro ultime, celebri paginestraussiane: una voce voluminosa, potente, duttile, che ha nella regione medio/acuta la tessitura d’elezione, con un timbro dai riflessi bruniti, autunnali, che le consente, grazie appunto al volume, di spaziare nei ruoli del soprano lirico. Eppure, non si può affermare che la sua performance sia risultata perfetta. Gli elementi di maggior pregio sono stati gli slanci in acuto, centrati e vibrati, le verticalizzazioni in Frühling, come pure il morbido equilibrio nel fraseggio in Im Abendrot, dove taluni passaggi luminosi vengono effettivamente esaltati da una sensibile direzione di Mariotti, che tenta di far emergere la latente tensione mortifera sotto la scrittura arabescata di Strauss. Per quanto riguarda September e Beim Schlafengehen, è forse qui che la resa della Rebeka, soprattutto nella tessitura bassa, risulta poco incisiva e, dunque, non emerge sull’orchestra, tutto ciò al netto di una certa ricerca di fraseggio e di qualche passaggio migliore, come l’espressiva verticalizzazione in Beim Schlafengehen. Certamente, Rebeka avrà modo di approfondire ancor di più la partitura e di metterla saldamente in repertorio. Frattanto si prende gli applausi di un pubblico che appare, questa sera, particolarmente turistico ed ineducato.
Mariotti, nel secondo tempo, affronta la Nona di Schubert. Caso forse più unico che raro, nella medesima città, Roma, e nella medesima serata si danno due None di Schubert, praticamente quasi nello stesso momento, a pochi chilometri di distanza: Antonio Pappano, infatti, torna a dirigere, nella Sala Santa Cecilia, quella che è stata la ‘sua’ orchestra, includendo, nel secondo tempo di tre fortunati concerti, proprio questo capolavoro schubertiano. A livello di suono orchestrale, la Nona appare ancor più in sofferenza rispetto ai Vier letzte lieder: l’orchestra dell’Opera di Roma appare sovente disunita, disomogenea, poco armonizzata nelle compagini strumentali – un esempio è proprio l’attacco dell’Andante (I movimento), dove il corno stona palesemente e sfibra il suono. Mariotti imposta un’agogica che vuole essere soprattutto incisiva, vivida, ma manca di respiro, manca di una riuscita analisi della struttura mirabile della forma sonata del I movimento, che esce quello forse peggiore, nell’esecuzione, dei quattro. È vero che l’orchestra ‘si scalda’ dal II movimento, ma l’esecuzione è carente, ancora, di una riuscita, buona qualità sonora, pur tentando Mariotti di lavorare sulle dinamiche. Come elemento positivo si può notare il lavoro sulle pulsazioni ritmiche che il direttore mostra di sentire, con una certa evidenza, nell’Allegro vivace, l’ultimo movimento, dionisiaco nella sua essenza. Il pubblico applaude, per la verità ad ogni movimento, interrompendo la concentrazione dei musicisti e inducendo persino lo stesso Mariotti ad intervenire ricordando che: «si applaude alla fine».
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