Szymanowski e Schubert
All’Accademia di Santa Cecilia torna Antonio Pappano, precedente, amatissimo direttore dei complessi ceciliani e oggi direttore emerito. Il pubblico è in fibrillazione ed il programma intrigante: il Concerto n. 2 per violino e orchestra op. 61 di Karol Szymanowski, con solista l’eccezionale Leonidas Kavakos, e la Sinfonia n. 9 in do maggiore “La grande” D. 944 di Franz Schubert.
ROMA, 29 maggio 2026 – Il ritorno di Antonio Pappano sul podio di quella che rimarrà, in un certo senso, sempre la ‘sua’ orchestra è acclamato dal giubilo del pubblico fin dal suo ingresso in sala. Il programma scelto dal direttore emerito verte su una partitura degli anni Trenta del ‘900 e sul capolavoro del sinfonismo schubertiano.
Il primo tempo è dedicato all’ottima esecuzione del Secondo concerto per violino di Szymanowski. Leonidas Kavakos, ospite abituale dei cartelloni dell’Accademia, esegue con perizia e sensibilità la parte solista, indulgendo nella melopea del violino, la quale trapassa dalla dolcezza velata e soffusa di melodie dal sapore arcaico a passaggi quasi spettrali, come la cadenza, tutta a mezza voce, sospesa, evocativa. Kavakos, oltre alle classiche difficoltà delle pagine per violino, deve affrontare una scrittura che ha in variazioni millimetriche la sua ragion d’essere; e lo fa mantenendo una linea strumentale sempre piena, intonata, ben udibile. Pappano spagina il concerto con agogica funzionale, netta, sottolineando le cangianti screziature, i fitti dettagli, di gusto impressionistico. L’orchestra produce un suono che stupisce, al solito, per consistenza e malleabilità. Rimangono impresse, di questo concerto, le idiomatiche sonorità: «un materiale nel quale si è ravvisata l’impronta di scale usate nel ricco folclore musicale del Podhale, regione di altopiani della Polonia meridionale […]. Per stessa ammissione del compositore, l’intenzione del Concerto è infatti quella di utilizzare il folclore come “elemento fecondante”, tentando di derivare una nuova grammatica della musica da melodie, sonorità e ritmi folclorici: perfetta dimostrazione di quel nazionalismo musicale avanzato che avvicinava Szymanowski alle esperienze di colleghi come Bartók» (meritava di essere citato tutto questo passaggio del programma di sala, a firma di R. Pecci). Gli applausi sono meritatissimi e Kavakos non si congeda prima di un bis bachiano, Bourrée e Double dalla Prima partita BW1002.
Come ho già avuto modo di notare nella recensione a quel concerto (leggi la recensione), a Roma la scorsa settimana è stata eseguita la Nona di Schubert, il 28 maggio, contemporaneamente da due orchestre e da due direttori differenti: un evento forse più unico che raro! La Nona di Pappano riesce a dir poco magnifica. Fin dal I movimento il direttore spagina la sontuosa forma sonata con sensibilità geometrica; da apprezzarsi anche i respiri, le dinamiche, sorretti da un’agogica precisa. Il lavoro che Pappano fa sugli attacchi delle sezioni, in palpabile crescendo, vivacizza la resa, dando l’impressione di un discorso che vuol sempre andare avanti, senza mai arenarsi. Lo stato di salute degli ottoni ceciliani è notevolissimo, come si è potuto ascoltare dal loro massiccio impiego proprio nel I movimento – morbido e pastoso il corno in apertura. Magistrale anche l’approccio al II movimento. Pappano lavora sui colori con impareggiabile gusto e sensibilità strumentale, marcando bene gli accordi e sottolineando, nello sviluppo, il dato puramente ritmico, come pure quello lirico – come si è potuto ascoltare nelle placide sezioni del secondo tema, in la maggiore. Del magnifico Scherzo (III) si potrebbe dire tutto il bene, ma è bene concentrarsi ancora su quello che è il miglior pregio di Pappano nel leggere “La grande”, ovvero la netta individuazione delle cellule ritmiche e la loro limpida valorizzazione a sostegno delle strutture, dell’architettura della sinfonia. Quasi superfluo sottolineare il fatto che Pappano alleggerisce l’orchestra nella sezione dello Scherzo, in modo da far emergere i frulli aerei dei legni, mentre rende più netto il suono del Ländler, a dare ancor più l’impressione di una danza paesana, gioviale. Stupendo pure il IV movimento, pura energia dionisiaca. Gli strumentisti galvanizzati suonano a velocità incredibile, mantenendo un suono terso, pulito. Pappano è ispiratissimo, trascinato dalla bellezza di una pagina celebre, l’ultima del sinfonismo di Schubert e, a livello compositivo, la più elaborata. Gli applausi avvolgono fragorosi direttore e maestranze.
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