Contrasto e controllo
di Luigi Raso
Riccardo Frizza attraversa l'Ottocento musicale con l'Orchestra del Teatro di San Carlo fra le meditazioni di Liszt e le suggestioni esotiche di Dvořák, passando per il romanticismo di Schumann, il cui concerto per pianoforte è tuttavia instradato sulle vie del razionalismo dal solista Federico Colli.
NAPOLI, 24 gennaio 2026 - Il 2026 sinfonico al Teatro si apre all’insegna dell’ 800: si parte con le impressioni del poema sinfonico di Franz Liszt, per proseguire con la tensione psicologica e la libertà formale di Schumann; infine, la sintesi tra linguaggio europeo e suggestioni americane di Dvořák.
Ispirato alle Méditations poétiques di Alphonse de Lamartine, Les Préludes (1854),epitome del poema sinfonico di Liszt, si sviluppa un’unica struttura continua che esplora la vita come una serie di “preludi”, oscillando tra momenti eroici, meditativi e contemplativi, immergendosi tra tinte corrusche e luminose.
La lettura di Frizza parte dall’unitarietà del poema e ne esalta la struttura interna; rifugge dalla tentazione di effetti spettacolari o di eccessi sentimentalistici a favore di una interpretazione lineare, solida, innervata da un fraseggio molto ben curato e vario - questo aspetto, come si dirà, sarà una costante anche per la Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” in programma -, a tratti scolpito.
In buona forma e ben amalgamata tra le sezioni, l’Orchestra del San Carlo sfoggia un suono compatto e turgido - di particolare intensità e densità quello dei legni e degli archi - mentre gli ottoni danno spessore e solennità alle sezioni più eroiche. Non mancano alleggerimenti nei momenti più puramente riflessivi.
Il fraseggio, attento e calibrato, conferisce alla lettura un respiro ampio, teso ad esaltare la monumentalità e la solennità dell’opera, la chiarezza narrativa e la tensione drammatica.
Da lodare il suono tornito e i colori intensi e definiti degli archi, la precisione del reparto delle percussioni; ma è l’intera compagine a vibrare armonicamente coesa, traducendo gli episodi del poema sinfonico in plastiche evocazioni.
“Quanto al concerto, ti ho già detto che si tratta di un che di mezzo tra sinfonia, concerto e grande sonata”, così scriveva nel 1839 Robert Schumann alla futura moglie (lo diventerà nel 1840) Clara, quando le idee sul suo Concerto per pianoforte e orchestra in la minore, op. 54 (prima esecuzione nel 1846) erano ancora in nuce.
Il brano privilegia il dialogo, ora serrato ora intimo, tra solista e orchestra; non si compiace di virtuosismi gratuiti; richiede equilibrio, introspezione e capacità di costruire una narrazione musicale articolata.
Il pianoforte di Federico Colli, con il suo tocco levigato, leggero ed elegante, offre indubbiamente un’esecuzione di grande pulizia, raffinatezza e morbidezza. Tinte talvolta evanescenti esaltano la trasparenza timbrica della scrittura pianistica. Tuttavia, questa visione interpretativa, improntata a leggerezza e controllo, attenua - e tanto! - l’energia febbrile e visionaria che il concerto richiede. La tensione drammatica, la fantasia e la rapsodica vivacità interna della partitura, la stessa incisività del tocco, che pure il concerto esigerebbe, non trovano piena espressione e adeguato riconoscimento nell’esecuzione: la lettura di Colli dà al concerto un carattere più razionale e compassato che innervato da un ardente e fantasioso spirito romantico. Giocoforza questa visione influenza anche quella di Riccardo Frizza: l’orchestra mantiene un dialogo corretto con il solista, ma, in linea con il razionalismo del pianista, appare poco incisiva, partecipe e nervosa, e talvolta affiorano piccole imprecisioni e cali di tensione.
Molto apprezzato dal pubblico napoletano che gli tributa applausi calorosissimi, Colli regala due bis: il primo è una propria trascrizione dell’aria “Lascia ch’io pianga” da Rinaldo di Georg Friedrich Händel eseguita con flebile abbandono; il secondo è la Sonata in re minore K 1 di Domenico Scarlatti, staccata con tempo molto rapidissimo e precisione tecnica.
Si cambia registro interpretativo e atmosfera con la Sinfonian. 9 in mi minore “Dal Nuovo Mondo”, op. 95 (1893) di Antonin Dvoràk, il quale con sintesi sbalorditiva reinventa e mescola temi popolari, ritmi danzanti e melodie struggenti intrecciandoli e innestandoli in un’architettura sinfonica ricca di fascino. Qui Frizza e la sua orchestra si riappropriano di tutta quella tensione drammatica che è mancata nel precedente concerto di Schumann. Il fraseggio, curatissimo, restituisce, nel celeberrimo Largo, la morbidezza e la struggente sospensione del brano (bravissimo Gabriele Cutrone nell’intervento del corno inglese); mentre il quarto movimento è scolpito con vigore architettonico, guidando l’orchestra attraverso climax travolgenti e progressioni ben costruite.
L’Orchestra del San Carlo risponde con partecipazione e disciplina, sfoggiando un bel suono, compatto, con una vasta gamma dinamica. Gli archi, e in particolare la sezione dei violini primi, stasera si giovano dello slancio e dell’energia che Fabrizio Falasca – neo spalla, che affiancherà quella “storica” di Gabriele Pieranunzi - riesce a comunicare. Nel complesso, resa orchestrale corretta e vivida; coinvolgente, per il fraseggio scolpito e l’ampio respiro impresso alla partitura, la lettura proposta da Riccardo Frizza, che conclude la sinfonia con un finaledi grande impatto emotivo e sonoro, accolto dal pubblico con applausi lunghi e convinti per il direttore, l’orchestra e le prime parti.
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