L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il ritorno di Yuja

 di Stefano Ceccarelli

Uno dei concerti più attesi della stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia viene salvato, dopo la defezione dell’atteso Teodor Currentzis e ben due cambi di programma, dall’adamantina Yuja Wang, che viene diretta da Eric Jacobson nel primo tempo, dove esegue il Concerto per pianoforte e orchestra op. 38 di Samuel Barber, seguito da La Mer di Claude Debussy; nel secondo tempo, la Wang si esibisce nelle vesti di interprete e direttrice dell’amato Concerto n. 2 in sol minore per pianoforte e orchestra op. 16 di Sergej Prokof'ev.

ROMA, 6 marzo 2026 – Un inveterato luogo comune considera i musicisti classici come dei goffi geni fuori dal tempo, dalla loro epoca, sacerdoti di un sapere antico, vestali di una tradizione che può essere anche plurisecolare. Andatelo a dire a Yuja Wang: basterebbe il primo degli outfit della serata per essere in dubbio se si è comprato un biglietto per ascoltare Prokof'ev o una popstar alla finale del Super Bowl. Vi ricordate Nadia del Mistero della pietra azzurra? Ecco, Wang non vi si allontana molto, con un corpetto di strass che le fascia quanto basta per non lasciare nulla all’immaginazione ed un gonnellino da cui pendono nappe scintillanti: un’onirica domatrice di leoni, più che un genio della tastiera. Insomma, un’autentica stardel pianoforte, un’icona di stile, glamour e graffiante, che arriva a sfoggiare, per tre serate, ben sei abiti differenti. Non è un caso che il pubblico la accolga come chi non si vede da tanto, tributandole un omaggio sentito ben prima di poggiare financo i vertiginosi tacchi sulla pedaliera del pianoforte.

Del resto, Wang ha salvato uno dei concerti più attesi della stagione, che, a sèguito della defezione – per motivi di salute – del maestro Teodor Currentzis, ha certamente perso uno dei suoi protagonisti. Ma il carisma ed il talento della Wang hanno trascinato il pubblico in un’esperienza indimenticabile. In aiuto, a dirigere i complessi dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, giunge Eric Jacobson, una delle punte di diamante della nuova classe di direttori d’orchestra statunitensi, al suo debutto nei cartelloni dell’Accademia. Delle difficoltà di assestamento conseguenti alla defezione di Currentzis testimonia il triplice cambio del programma, che ha visto conservarsi praticamente solo il Secondo concerto di Prokof'ev. Infatti, inizialmente Currentzis avrebbe dovuto dirigere la Sinfonia n. 13 “Babi Yar” di Šostakovič, poi tolta dal programma; in una prima versione dell’attuale programma, Jacobson avrebbe dovuto dirigere due ouverture americane, da Candide e The School for Scandal rispettivamente di Bernstein e Barber, a incorniciare la prima esecuzione romana del Concerto per pianoforte di quest’ultimo, affidato, ovviamente, a Wang. Dopo ulteriori modifiche, le tre serate che inaugurano il marzo ceciliano si aprono proprio con il Concerto per pianoforte e orchestra op. 38 di Samuel Barber. Le prove non devono essere state molte, considerando che Wang sceglie di suonare con il suo fedele iPad davanti agli occhi, a maggior sicurezza. Eppure, la qualità non ne risente affatto. Jacobson ha mano sensibile ma decisa, badando a non strappare mai. Il I movimento (Allegro appassionato) è un microcosmo di temi e colori differenti: a una brillantezza tipicamente americana, gershwiniana, si fonde un’inesausta varietà melodica, costantemente inargentata dagli ottoni. La scrittura del pianoforte passa da un percussionismo a tratti forsennato a sprazzi elegiaci: Wang è nelle sue acque, considerata la prodigiosa velocità delle sue esecuzioni e l’energia apparentemente inesauribile con cui l’artista si lancia anche nei passaggi più impervi, senza perdere aderenza allo spartito. Ora, che Wang non sia solo un fenomeno virtuosistico lo dimostra ancor di più il II movimento (Canzone): il controllo del volume è ammirevole, dal fraseggio emergono effetti lunari, perlacei, che schiariscono ancor di più la scrittura di Barber, peraltro resa tersa dalle carezze orchestrali ricercate da Jacobson. Nel III movimento (Allegro molto) tornano le atmosfere del I, ma più variegate, ironiche. Wang si slancia con gusto, rispettando le variazioni dinamiche e mirando ad un ethos scanzonato, a tratti ambiguo. Il movimento si risolve in variazioni ritmicamente marcate: il direttore ha il merito di tenere salda, tesa l’impalcatura della partitura, come si nota con gli ostinati ritmici che pervadono la sala fino all’esplosione finale. La felicità del pubblico, anche solo per riascoltare la Wang dopo nove anni di assenza (l’ultimo recital risale al 2017: la recensione), si fa sentire in un roboante applauso. Jacobson conclude il primo tempo dirigendo La Mer di Claude Debussy, con un lavoro sulla partitura che non può che dirsi riuscito. In particolare, l’americano è attento ai singoli frammenti melodici, colti e scontornati nel loro essere più intimo, «immagini sonore […] rapide e brucianti» (O. Bossini, dal programma di sala). Fin dalla prima sezione (De l’aube à midi sur la mer) si nota decisamente il gusto espressionistico del direttore, che non era comunque passato inosservato anche in Barber; Jacobson ama verticalizzare il suono e slanciare l’orchestra, acuendo i contrasti dinamici. Il primo finale, in tal senso, è eloquente: gli ottoni sovrastano maestosi l’orchestra, invadendo la sala. Non si può dire, però, che la mano sia pesante; del resto, sulla sensibilità ritmica dell’americano basti citare la resa della scrittura degli archi, ostinatamente ritmica, nella terza parte (Dialogue du vent e de la mer), dove evocano le sferzate del vento. Infine, l’ondivago crescendo finale è poderoso nella sua realizzazione, mostrando un certo qual gusto muscolare che si delinea sempre più netto nel gesto di Jacobson.

Il secondo tempo è l’unica parte del concerto a rimanere fedele al programma originale e, infatti, è certamente quella più riuscita. Dopo un cambio d’abito, che la vede ora in lungo, Yuja Wang sceglie di assumere su di sé anche la direzione, impartendo cenni all’inizio di ogni movimento del monumentale Secondo concerto di Prokof'ev, uno dei cavalli di battaglia della cinese. La qualità dell’esecuzione rimarrà impressa nella memoria degli ascoltatori, forse ancor più che nel 2014, quando lo eseguì sotto la bacchetta di Antonio Pappano. La tecnica esecutiva della Wang, infatti, si fa qui a dir poco sopraffina, esprimendosi al suo apogeo: Prokof'ev è uno dei suoi artisti-feticcio. Splendida l’esecuzione del primo tema, con l’artista che respira come se stesse eseguendo un recitativo, cavandone effetti cromatici ammalianti, in una selva di dissonanza e incertezze tonali. Ma il miracolo si raggiunge nella cadenza centrale dell’Andantino. Allegretto. La progressione, la tenuta, il gesto muscolare sono impressionanti: la Wang non perde mai tensione e slancio, soprattutto nelle titaniche ondulazioni e nelle verticalizzazioni di accordi che costituiscono l’acme della climax. Al termine del I movimento deve prendersi una piccola pausa e sciogliersi le braccia, prima di attaccare lo Scherzo, una pioggia di note, una toccata sgranata perfettamente. L’orchestra è in totale sintonia con la Wang, l’esecuzione impeccabile. L’attacco del III (Intermezzo) dimostra anche il gusto dell’interprete come direttrice: l’orchestra fa bene a sottolineare le movenze elefantiache di tante pagine celebri Prokof'eviane, ritmi che poi trascolorano assumendo pose galanti estremamente ironiche (la Wang esegue perfettamente i glissandi). Il finale è pregevolissimo, con la climax che si spegne proprio al parossismo. Magnifico il Finale, cangiante e imperniato in un motivo ipnotico che trascolora nei ritmi e nelle nuance: la Wang mostra ancora quanto conosca, ami e sia magistrale interprete di questo concerto. La seconda cadenza stupisce come la prima: da un’iniziale stasi, che indulge in ambigui cromatismi, la scrittura si verticalizza sorretta dall’orchestra; la Wang sembra volare sui tasti e il concerto si chiude in un’orgia di ritmi. Gli applausi prorompono fragorosi. Senza risparmiarsi, Wang inizia la vera e propria terza parte del concerto, suonando di fila il Valzer op. 64 n. 2 in do diesis minore di Chopin, un movimento della Sonata n. 7 in Si bemolle maggiore op. 83 di Prokof'ev, l’arrangiamento di Sgambati della seconda delle Danze degli spiriti beati dall’Orfeo ed Euridice di Gluck, suo cavallo di battaglia, uno dei bis da lei prediletti (ed eseguito, infatti, anche nel già citato concerto del 2017), chiudendo con il Concert Étude op. 40 n. 3 “Toccatina” di Kapustin. Il pubblico è in piedi, tributandole un’ovazione meritatissima. La Wang, con l’irresistibile ironia che la contraddistingue, abbassa la copertura della tastiera del pianoforte, a indicare che il concerto è veramente finito, uscendo fra tripudi generali.

Leggi anche

Verona, concerto Wang / Mahler Chamber Orchestra, 23/09/2021

Bologna, concerto Wang / Mahler Chamber Orchestra, 18/09/2021

Roma, Concerto Wang, 28/05/2017

Torino, concerto Wang, 24/05/2018


 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.