Ma non vediamo la Carmencita!
di Matteo Lebiu
La nuova Carmen firmata da Damiano Michieletto debutta alla Scala con la direzione di Myung-Whun Chung. L’allestimento, tra scelte registiche discutibili e un cast piuttosto squilibrato, non sembra convincere appieno.
MILANO, 25 giugno 2026 - Mentre Milano lotta con la canicola estiva, al Piermarini va in scena Carmen, il capolavoro di Georges Bizet, nel nuovo allestimento firmato da Damiano Michieletto, in coproduzione con il Covent Garden di Londra e il Teatro Real di Madrid. Regista giustamente tra i più acclamati, Michieletto questa volta sembra essersi “innamorato” eccessivamente della propria lettura, incentrando totalmente il focus drammaturgico su Don José e sul problematico rapporto con la madre, qui rappresentata da una vegliarda velata a lutto che compare in diversi momenti dell’Opéra-comique. Se il compito di una regia è quello di indagare la drammaturgia dell’opera per offrirne un’interpretazione (più o meno) inedita, quella di Michieletto assolve ineccepibilmente a questo compito. Ma è possibile che sia tutto qui? Possibile che, in un’opera come Carmen, in cui l’esotismo diviene elemento costitutivo del dramma, la connotazione territoriale – quella di una Spagna idealizzata da un francese dell’Ottocento – rimanga completamente implicita? Per la regia del nostro, la risposta è evidentemente sì. L’allestimento, che si avvale delle scene di Paolo Fantin, di fatto si limita a compiere una "non scelta" nell’ambientazione della vicenda, soluzione davvero stridente con la direzione musicale di Myung-Whun Chung, che è una continua gettata di colore sia nei passi sinfonici (soprattutto negli ultimi due Entr’acte) sia nell’accompagnamento dei cantanti. Gli unici elementi che sembrano ricordare la Spagna sono i (pochi) costumi tipici di alcune donne in scena all’inizio dell’Atto IV curati da Carla Teti; per tutto il resto dell’opera regna la neutralità.
Il M° Chung, fortemente applaudito dopo l’intervallo e al termine della recita, inaugura la serata all’insegna dell’esotismo con un Prélude rampante, mitigato dal tema del Toréador, disegnato con plastica sensualità dagli archi dell’Orchestra del Teatro alla Scala, in splendida forma. Buona, nel complesso, la coesione ritmica tra palcoscenico e golfo mistico, anche se la Chanson bohème all’inizio dell’Atto II non è apparsa così vorticosa (che sia una deliberata scelta di Chung per evitare il ritardo, quasi imbarazzante, tra orchestra e cantanti verificatosi nella recita trasmessa dalla Rai?). Per il resto, la direzione del Maestro comprende pienamente l’importanza di un suggestivo carattere spagnolo, che diviene la cifra interpretativa dell’intera trama musicale. Menzione d’onore per il magnifico Coro di Voci Bianche preparato da Brunella Clerici, che offre al pubblico uno Chœur des gamins di grande impatto, tanto vocale quanto scenico (un plauso al regista per questo).
Trionfo assoluto per Vittorio Grigolo, nei panni di un Don José visibilmente dilaniato dal conflitto interiore tra la passione morbosa per Carmen e il "cordone ombelicale" che lo lega alla madre. Grigolo si dimostra molto attento alla dimensione drammaturgica, divenendo, ad esempio, stralunato nel Finale II e poi dolce nella Fleur, mantenendo sempre un bel suono. Non si può dire la stessa cosa della Carmen di Clémentine Margaine, che cerca costantemente l’effetto: il risultato è spesso l’incomprensibilità del testo (nonostante sia l’unica francofona del cast, insieme a Marine Chagnon) e un fraseggio molto frammentato.
Il basso Giorgi Manoshvili non convince pienamente con il suo Escamillo, dai tratti molto scolastici nonostante il bel timbro scuro. Anche lui, come la Margaine, è a tratti alla ricerca dell’effetto, come dimostrano gli acuti piuttosto sgraziati dei Couplets che accompagnano la sua prima entrata in scena. Ottima la Micaëla di Sláva Zámečníková, che funge da perfetto contraltare drammatico (e vocale) alla protagonista. La sua vocalità cristallina centra pienamente lo stile sia del duetto con Don José nell’Atto I, sia della sua aria Je dis que rien ne m’épouvante dell’Atto III. Buoni i contributi di Pierre Doyen (Le Dancaïre), Loïc Félix (Le Remendado), Marine Chagnon (Mercédès) e Sarah Dufresne (Frasquita), che spiccano soprattutto nella sezione finale del Quintette dell’Atto II, uno dei concertati più frizzanti dell’intera opera. Puntuali anche gli interventi di Xhieldo Hyseni (Zuniga) e di Simone Del Savio (Moralès).
Leggi anche
