Luci, gechi e cicale
Il festival Classiche Forme, fondato da Beatrice Rana, non allinea solo una parata straordinaria di virtuosi della musica da camera, ma ci fa riflettere anche sulla relazione con l'esterno, nella natura e in città.
LECCE, 15, 16 e 17 luglio 2025 - Un pianissimo di Weinberg, impregnato di dolore e racchiuso in un chiostro barocco, è all'improvviso cinto d'assedio da uno schiamazzo nella via adiacente. Imperturbabile, un geco continua ad ascoltare osservando i musicisti dall'alto, come avevano fatto, in campagna, le cicale, non accontentandosi di far da spettatrici, ma, padrone di casa, pronte anche a offrire un controcanto.
Basta scorrere i nomi nel cartellone di Classiche Forme per intuire che ci sarà di che rimanere molto, molto soddisfatti, ma non basta questo a capire il senso di un festival, che sta proprio nell'immergere la musica da camera nella natura, nel vivere la coesistenza fra il giardino meraviglioso che coltiviamo e un mondo, là fuori, che non è proprio il migliore fra quelli possibili. Eppure c'è e dobbiamo fare i conti con esso, vuoi con un pizzico di utopia rivoluzionaria, vuoi con una goccia di amaro realismo.
Il festival creato “in casa” dalla salentina Beatrice Rana raduna il parterre di primissimo ordine che pare naturale aspettarsi da una tale direttrice artistica, ma soprattutto fa dialogare questi musicisti, commissiona composizioni nuove, propone abbinamenti inediti. E non fa retorica del territorio, ma, mentre lungo la strada si levano spettrali i rami rinsecchiti dalla xylella, sostiene sul serio progetti di rimboschimento (la fondazione Sylva) e strutture impegnate nel sociale che tramandano l'antico artigianato tessile (Fondazione Le Costantine), coinvolge i giovani (che bella iniziativa gli incontri della “saletta stampa”!) e anima discussioni. Intorno vediamo l'artigianato antico della cartapesta e il turismo di massa, radicate difficoltà e non meno radicate virtù, che il bel museo Castromediano (struttura moderna, allestimento curato, ingresso gratuito) racconta dalle origini in incontri per mare e per terra, fra aldiquà e aldilà.
C'è l'atmosfera, c'è l'idea, ci sono spazi urbani e rurali come quelli di Lecce e del Salento, ma, insomma, poi ci sono soprattutto i concerti e in questa tre giorni – pur rimpiangendo di dover partire – si trova davvero di che rimanere soddisfatti.
Casamassella (Lecce), 15 luglio 2025 - Al crepuscolo, sotto le fronde di una quercia secolare, abbiamo la finezza delle mélodies francesi di Debussy, Fauré e Hahn cesellate da Giuliana Gianfaldoni. Qui, all'arte di un soprano che ha fatto della filatura del legato e delle sfumature la sua cifra distintiva, si unisce il ricordo agrodolce del suo approccio a questo repertorio testimoniato in diretta dai video al tempo del lockdown. Beatrice Rana, non compare come diva, ma come accompagnatrice complice e affettuosa, dedita semplicemente al far musica.
Non meno sottile e seducente di quello francese è il canto sopranile nella melodia della quinta Bachiana Brasileira di Villa Lobos con un lussuoso ottetto di violoncelli guidato dallo statunitense Brannon Cho e che allinea Arianna Di Martino, Daniele Ferraro, Giorgio Lucchini, Francesco Massimino (del Trio Concep), Ludovica Rana, Marcello Sette e addirittura Ettore Pagano. Quest'ultimo poi, naturalmente, diventa anche il co-solista di Cho quando l'ensemble, ascoltato anche nella prima Bachiana Brasileira solo strumentale, chiude la serata con uno dei brani contemporanei più amati dai violoncellisti, anche per l'aura di mito della creazione con Sollima e Brunello in onore del loro maestro Antonio Janigro: Violoncelles vibrez! dello stesso Sollima.
Se Pagano, fresco premio Abbiati, è ormai arcinoto e assai attivo in tutta Italia, Cho ha avuto una manciata rada di presenze nel nostro Paese finora e apprezzare la bellezza della sua cavata, l'elegante tornitura del suo fraseggio è stato un piacere autentico, salutato anche dagli archetti delle cicale.
Lecce, Palazzo Tamborino Cezzi, 16 luglio 2025 - Oggi titoli e temi vanno di moda, ma non sempre se ne avverte una reale necessità ed effettiva connessione con i programmi. In questo caso, il piccolo ciclo di incontri su Musica e Potere (ci siamo persi Beatrice Rana e Sandro Cappelletto, ma abbiamo seguito il vulcanico e schietto Riccardo Panfili) sembra riflettersi perfettamente nel concerto proposto dal Trio Concept, già Trio Chagall (Edoardo Grieco al violino, Francesco Massimino al violoncello e Lorenzo Nguyen al pianoforte) – e ci vuol coraggio per cambiare un nome ormai affermato pur nella giovane età. L'esperienza di Weinberg subito dopo la seconda guerra mondiale guarda in faccia il fremito di Ravel alla vigilia della prima, entrambi con pagine in la minore, altro fil rouge di un impaginato d'alto impegno etico e poetico. L'esotismo, l'intreccio di reminiscenze e radici lontane nel tempo e nello spazio del trio francese sono espressi con una maturità artistica fondata su un lavoro comune e profondo che non perde un briciolo di immediata freschezza, ma è il pezzo di Weinberg, in apertura, a destare forse l'emozione più profonda. L'affinità con il linguaggio di Šostakovič non è quella dell'emulo e, alzi, colpisce come questo Trio di Mieczysław preceda di quindici anni il Quartetto op. 110 di Dmitrij, tale la comunione di pensiero nel lirismo lancinante dei piani e nella violenza dei passaggi più sferzanti. Chissà se entusiasmo è la parola giusta per musica che così a fondo sonda la tragedia umana, tuttavia è questo che da un lato ci assorbe totalmente, dall'altro non fa apparire fuori luogo un'esplosione chiassosa dalle vie circostanti: un solo istante fugace che ci ricorda la presenza costante di un mondo esterno al di là della bellezza che sublima pure l'orrore in un pensiero.
Dopo Weinberg, Ravel, quindi, fuori programma, un po' di Šostakovič è d'obbligo, quasi necessario, così come salutare appare a sigillare il tutto la gioia fisica di una danza ungherese di Brahms. Intanto, il geco sta a guardare e ci ricorda che anche in città siamo nella natura, c'è sempre altro là fuori, partecipe come gli insetti o paziente e silenzioso come il rettile.
Lecce, Chiostro del Rettorato, 17 luglio 2025 - I tre giorni si chiudono (non senza rammarico: ci si perdono la maratona finale, musiche di Panfili e Messiaen, altri splendidi nomi, ma il faut partir) con una serata nel chiostro del Rettorato in compagnia di Leonidas Kavakos. Il palazzo storico e le luminarie salentine disegnano il visibile; Prokof'ev e Brahms sono l'intangibile, invisibile presente, con interpreti che s'incontrano per la prima volta come se si conoscessero da una vita.
In duo, Kavakos e Beatrice Rana si (e ci) immergono nella prima Sonata di Prokof'ev con un gioco di accenti tanto nitido, mordente, affilata, da conferire al pianissimo una forza quasi straniante, quasi un ossimoro fra presenza ed evanescenza che trascolora nel brillìo elettrico, ora levigato ora finanche aspro, dell'Allegro brusco e dell'Allegrissimo.
Dopo un breve intervallo il duo si trasforma in quartetto con Brannon Cho al violoncello e Giorgy Kovalev alla viola: è la volta di Brahms e del suo Quartetto per pianoforte n. 2 in la maggiore op. 26. Dire che abbiano suonato splendidamente è quasi pleonastico e, infatti, non è certo questo il punto. La tecnica è fondamentale, ma può essere alla portata di molti, se coltivata adeguatamente, ma ciò che poi fa la differenza fra l'ottimo o eccellente esecutore e il grande musicista è l'attitudine mentale a mettersi in relazione con gli altri e al servizio della partitura. Proprio questo è ciò, al di là della bellezza e qualità del suono, che diventa la sigla del concerto e, forse, dell'intero festival, così ben incarnato nello spirito vitale e luminoso di questo Brahms permeato di passato e proteso al futuro. Le luci colorate nei rosoni bianchi stanno a guardare: ancora l'altro non è alieno, è mondo.
