L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Fra la vita e la morte

di Roberta Pedrotti

La stagione del Teatro Regio di Parma si apre con Orfeo ed Euridice di Gluck, assente dalla città emiliana da quasi quarant'anni. Carlo Vistoli nei panni del protagonista e la regia di Shirin Neshat, soprattutto, assicurano una serata da ricordare.

PARMA 23 genanio 2026 - Trentanove anni senza Orfeo. Sembra incredibile che un capolavoro fondamentale – oltre che d'immediata presa sul pubblico e di esigenze concentrate in un cast solistico di appena tre personaggi – come questo di Gluck sia stato tanto a lungo distante dalle scene parmigiane, vale a dire non solo di una città che si vanta di essere roccaforte di melomania e una “patria del melodramma”, ma anche di una città dove l'autore stesso licenziò una versione rivista dell'opera. Non ci si rifà, però, oggi, alla stesura parmigiana del 1769, adattata per il soprano Giuseppe Millico nei panni del divino cantore, ma a quella viennese del 1762, protagonista il contralto Gaetano Guadagni. Parlar poi di adesione filologica a una versione precisa resta oggi una chimera, tali e tante sono le varianti da sempre operate sulla partitura, dalla radicale rivisitazione operata da Johann Christian Bach (che di fatto trasformò la sintesi compatta di Gluck e Calzabigi nelle proporzioni di una “normale” opera seria con vicende collaterali) fino al frequente travaso odierno di materiali fra le varie stesure (oltre a Vienna e Parma, ricordiamo quella d'autore di Parigi 1774 per l'haute-contre, tenore acuto, Joseph Legros e quella realizzata da Berlioz nel 1859 per il contralto Paoline Viardot). Lo stesso Fabio Biondi nelle note di sala cita come modello ideale la ripresa della Passione secondo Matteo di Bach da parte di Mendelssohn e afferma la necessità del “filtro dell'attualità” per riadattare l'antico “alla sensibilità e alle esigenze moderne”. Ciò, in sintesi, si traduce da un lato in qualche taglia-e-cuci legato a esigenze sceniche, come la continuità di uno spettacolo senza intervalli, e in un'orchestra, la Toscanini, che non è di per sé un complesso storicamente informato né si finge tale, con strumenti e sonorità moderni. Al netto della qualità sempre alta dell'orchestra emiliana e del tratto di nobiltà e sensibile contegno impresso da Biondi, sempre assai attento alle ragioni del teatro, qui, in timbri e articolazioni che non sempre hanno reso piena giustizia all'incisività gluckiana e ai rapporti con le voci, possono risiedere le uniche riserve su uno spettacolo per altri versi e nel complesso davvero eccellente.

Sì, infine è valsa la pena di attendere quasi quarant'anni, se a portare in scena l'opera di Gluck e Calzabigi si è radunata una compagnia di questo livello. Sono tre i personaggi, ma due i cardini sul palcoscenico: il coro e Orfeo. Il primo, preparato come sempre da Martino Faggiani, è il consueto manuale di compattezza ed eloquenza; il secondo trova in Carlo Vistoli non solo il principe dei controtenori contemporanei, ma anche se soprattutto un artista di classe suprema. La natura duplice di Orfeo, umana e divina, si concretizza nella capacità di dare anima e sangue al suo dolore senza perdere nel pathos quella stilizzazione che da particolare trascende all'universale, dalla natura al sovrannaturale. La vocalità ha una naturalezza virile tutta volta a tornire la parola con perfetta sprezzatura, lasciando fruire madrigalismi (vedasi il trillo ribattuto su “tremarmi il cor” nel finale primo) e sapientissime variazioni (“Che farò senza Euridice”) in simbiosi con l'affinata arte d'attore. Siamo alla vigilia dello Sturm und Drang, nell'età di Winckelmann e il senso di “nobile semplicità e quieta grandezza” convive con il presagio di un sentimento sublime e si fa, ad ogni istante, contemporaneo.

Il suo impegno vocale è ridotto al solo terzo atto, ma non per questo si può trascurare il pregio di Francesca Pia Vitale, Euridice, non solo una bella voce ben educata a cantar sul fiato e sulla parola, ma interprete di un personaggio complesso, che passa dalla vita alla morte fra tormenti e turbamenti che il gesto d'amore non può risolvere. E, a proposito di Amore, è significativo che al candido rapace psicopompo incarnato da Theodora Raftis si richieda un'assertività secca e non troppo consolatoria: la resa è suggestiva, sebbene il soprano cipriota sconti per forza di cose una dizione meno fluida e naturale dei colleghi madrelingua.

È valsa, sì, la pena di attendere quasi quarant'anni per Orfeo ed Euridice a Parma, con uno spettacolo in cui la vita e la morte, l'azione stessa del deus ex machina, il bianco e il nero si intrecciano ambigui in una scala di grigi. Alla sintesi teatrale ricercata da Gluck e Calzabigi, la regista Shirin Neshat unisce il linguaggio contemporaneo del cinema e crea una narrazione unica, compatta, esattamente come l'opera esige. La cifra estetica è pulita, essenziale, fluidissima, grazie alle luci d'alta classe firmate da Valerio Tiberi e a un impianto scenico (di Heike Vollmer) che ci ricorda, come la scossa di un fulmine, che si può fare, anche in un teatro all'italiana senza chissà quali risorse tecniche oltre al valore umano di chi ci lavora. Da parecchi anni non si vedeva al Regio un allestimento di questo livello, per di più posto al servizio di una narrazione toccante e non banale: un lutto, una crisi di coppia, lei che si toglie la vita (o tenta di farlo), lui che non lo accetta e compie un percorso in cui deve confrontarsi anche con l'idea della propria morte, con un concetto universale di perdita, finché Amore, invece di risolvere ed elaborare, riavvolge il nastro, riporta indietro Euridice e dà agli sposi distrutti dalla morte del figlioletto una seconda possibilità che tuttavia non cancella ciò che è stato, non cambia le carte in tavola. Euridice rifiuta la veste di fiori con la quale Orfeo spererebbe di ricominciare, torna a guardare la finestra da cui si era gettata e poi indossa le scarpe e un abito nero (costumi di Katharina Schlipf) per camminare ancora fra i vivi ma senza gioia. Funziona alla perfezione, perfino nei contrasti lancinanti con la musica gioiosa, la drammaturgia firmata da Yvonne Gebauer, che Neshat realizza con mano felice quanto sensibile, con una sobrietà intensa che non viene meno nemmeno nell'uso dei video (fotografia di Rodin Hamidi) e nelle coreografie (di Claudia Greco).

Stasera la petite capitale emiliana è parsa assai poco petite aprendo la stagione del Regio con una produzione d'ampio respiro, che ha messo in luce il potenziale tecnico e artistico del teatro e la capacità di coinvolgere artisti della caratura di Vistoli e Neshat. Questa è la strada giusta, premiata da applausi unanimi e inevitabili picchi per il primo uomo.


 

 

 
 
 

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