Tutti amano La bohème
Il Costanzi inaugura l’anno (solare) con la quarta ripresa della Bohème di Giacomo Puccini nella produzione di Davide Livermore, che esordì nel festival di Caracalla (2014). Se si esclude l’ottima direzione di Jader Bignamini e la performance di qualche interprete, la serata è stata particolarmente sfortunata, anche a causa di un allestimento che è ‘invecchiato’ male.
ROMA, 18 gennaio 2026 – La bohème di Giacomo Puccini, fra le opere più amate di sempre, è un ottimo motivo per andare a teatro e per inaugurare, così, il nuovo anno. Il Costanzi la ripropone, con molte recite e tre cast, nell’allestimento di Davide Livermore, che esordì al festival di Caracalla nel 2014. Andando a rileggere quanto scrissi in quell’occasione e in relazione alla ripresa dell’anno successivo (la recensione dell'estate 2014 e dell'estate 2025), mi rendo conto di quanto, oggi, questa produzione mi appaia invecchiata male. Non tanto, direi, nei quadri con ambientazione interna (I e IV), quanto soprattutto per quelli all’esterno (il II, soprattutto, e il III). Innanzitutto, la trasposizione dell’allestimento dall’enorme palco di Caracalla a quello, ovviamente, più piccolo del Costanzi impoverisce alcune trovate registiche, come l’uso dei grandi ledwall sul fondo – le cui animazioni, peraltro, nel 2014 erano à la page, oggi risultano, a tratti, ridicole. Queste animazioni, peraltro, sono molto importanti per l’idea di fondo di Livermore, ovvero quella di una Parigi contemporanea a Puccini, quindi fin de siècle – un sessantennio dopo l’ambientazione del libretto, il 1830 –, evocata mediante le tele dell’impressionismo e del post-impressionismo, all’epoca avanguardie artistiche. Livermore immagina che sia Marcello, nel suo studio, il demiurgo di quest’universo iconografico, reso quasi tattile dall’uso della proiezione di quadri animati. Le citazioni artistiche sono innumerevoli: Monet, Renoir, Degas, Van Gogh, fino a Fontana (quando Marcello, all'inizio del I quadro, «affog[a] un Faraon»). Ma il quadro II è quello, forse, a soffrire più il tempo: una sfilata di personaggi simbolo della Parigi fin de siècle (come ballerine di degasiana memoria) dona più l’effetto di una brutta cartolina turistica che della variopinta fauna metropolitana, protagonista di tanta ottima letteratura ottocentesca. Certo, val bene salvare qualche momento, come i giocolieri e il mangiafuoco che apre e chiude l’atto, con una bella fiammata: ma il Quartiere Latino sembra più un parco giochi che non un colorato spaccato di vita parigina. La regia di Livermore mantiene un po’ di freschezza nelle trovate dei quattro scapestrati bohèmien (Rodolfo, Marcello, Schaunard e Colline), sia nel I che nella prima parte dell’ultimo atto: ma nel complesso rimango dell’idea che forse il Costanzi dovrebbe pensare ad un nuovo allestimento di riferimento per il capolavoro pucciniano.
La direzione è affidata a Jader Bignamini, che non delude mai le aspettative. La partitura della Bohème è spaginata con freschezza, sulla base di una conduzione misurata, mai sterilmente metronomica, ma vivida negli attacchi, come pure nell’intelaiatura ritmica, il che consente alle voci di destreggiarsi fra pagine che sembrano solo apparentemente scorrere come l’acqua – nel senso che basterebbe un nonnulla per rovinarle. Non si tratta, peraltro, di una resa monocorde, quella di Bignamini, come se dovesse riempire uno sfondo, per intenderci: l’orchestra è slanciata nei momenti topici, ma risulta come un tiepido velo quando le voci si librano nell’invenzione melodica pucciniana. Uno dei più vistosi problemi di questa recita è la disparità nella resadel cast. Il Rodolfo di Francesco Demuro palesa notevoli problemi fin dal I atto: l’emissione, più volte periclitante nell’intonazione, appare quasi sempre sforzata, il che toglie morbidezza al suono, che palesa una certa mancanza di risonanza armonica. Non si salva la celebre aria («Che gelida manina»), le cui mezze voci escono incolori, diafane, benché l’acuto (il do naturale su «speranza») sia buono, ancorché privo di proiezione. Anche la resa scenica del personaggio sembra poco naturale, impacciata. La situazione migliora lievemente nel III atto e lo si sente nel duetto con Mimì: il canto sembra meno nervoso. La stessa sensazione si ha nell’atto finale, il IV (il duetto con Marcello, «O Mimì tu più non torni», è forse il momento migliore della serata per lui). Maria Agresta interpreta una Mimì certamente credibile sul piano scenico, mentre sul piano puramente vocale migliora nel corso della serata. Qualche incertezza, se non proprio difficoltà, si palesa fin dal I duetto con Rodolfo («Mi chiamano Mimì»): l’emissione manca di morbidezza, il colore è opacizzato. La Agresta ha un miglioramento, netto e palpabile, con il III atto: al suo ingresso, le tragiche frasi «O buon Marcello, aiuto!» vibrano intensamente con il volume orchestrale, segnando quasi un nuovo inizio. Nell’atto IV, la scena della morte si lascia apprezzare per colori e sfumature. Straordinario il Marcello di Nicola Alaimo, non solo per volume e tempra vocale, ma anche per sfumature: riesce a conferire sempre il giusto colore, sia nei passaggi comici che in quelli più intensi – mi piace sottolineare, peraltro, la bellezza del suo fraseggio, sorretto da un’emissione classicamente italiana, a fior di labbra. Biagio Pizzuti è un buon Schaunard, dalla voce, benché non potente, certamente duttile e ben utilizzata: il monologo del pappagallo del I quadro («Or vi dirò») si lascia apprezzare per il suo piglio, come pure, per contro, gli accenti tragici del IV. Sorprendente il Colline di William Thomas, sia per il mezzo vocale, pieno, turgido, voluminoso, sia per il fraseggio, morbido, ricco di sfumature: summa della sua performance questa sera è sicuramente «Vecchia zimarra», nella quale, sotto un accompagnamento strascicato, opportunamente sottolineato dalla direzione di Bignamini, risaltano le risonanze di un canto funebre. La Musetta di Desirée Rancatore non va oltre qualche divertente accento civettuolo: il celebre valzer, «Quando me’n vo», riesce incolore, nonché privo di verve, così come il resto della sua performance. Manca proprio quel fuoco così caratteristico del personaggio di Musetta. Fra i comprimari, il Benoît di Matteo Peirone (che canta anche Alcindoro) si lascia certamente apprezzare. Alla fine, gli applausi sono generosissimi, visto e considerato che la serata non può, per così dire, dirsi certo riuscita: un pubblico meno attento, ma felice, evidentemente, di partecipare ad una serata d’opera.
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