Hai sposa e madre in me
Al Teatro Municipale di Piacenza va in scena un nuovo allestimento del Don Giovanni di Mozart: Andrea Bernard firma uno spettacolo personale e rischioso, Enrico Pagano una concertazione solida e rassicurante. Il cast è splendidamente composto e regala più di una punta d’eccellenza.
Piacenza, 23 gennaio 2026 – Don Giovanni non è soltanto il “dissoluto punito” consegnato alla letteratura operistica, ma un dispositivo teatrale che mette in crisi l’idea stessa di libertà quando questa si sottrae a ogni legame; è quella macchina che mette in musica la frizione tra desiderio e morale, tra impulso e coscienza, tra seduzione e verità. E se c’è un personaggio che rende udibile questa frizione più di ogni altro, questo certamente è Donna Elvira. Con lei il libertino incontra non tanto un ostacolo, quanto una presenza morbosa che lo conosce, lo nomina, lo smaschera e, al tempo stesso, continua a desiderarlo tutto per sé. Il loro rapporto, in effetti, assume un rilievo particolare, atipico rispetto allo schema predatorio continuamente messo in atto, perché è l’unico a introdurre una continuità che il protagonista tenta costantemente di negare: una storia che precede l’azione e che continua a esercitare i suoi effetti anche quando egli vorrebbe archiviarla come un episodio tra i tanti. La sua presenza incrina quella sete di libertà su cui l’antieroe fonda la propria identità e introduce, con ostinazione, una logica della conseguenza. Non si tratta, dunque, di un semplice amore tradito che reclama riparazione: Elvira, in qualche modo, veglia, ammonisce, tenta, pur con fare possessivo, di sottrarre Don Giovanni alla ripetizione cieca del gesto, spingendolo ostinatamente a riconoscerla, nonostante ciò significhi ammettere un limite mortale. Insomma, una vera scassapalle, come solo una madre, talvolta, può essere.
Tant’è che nel nuovo allestimento di Don Giovanni, in scena al Teatro Municipale di Piacenza e firmato da Andrea Bernard, questa funzione perturbante di Donna Elvira viene assunta fino alle estreme conseguenze e tradotta in una precisa scelta drammaturgica. Elvira non è più soltanto la donna abbandonata che ritorna, ma diventa esplicitamente la madre del protagonista, figura originaria e soffocante che veglia su di lui e ne sorveglia i movimenti, stroncando sul nascere una fanciullesca storia d’amore con la piccola Anna. È in questa interdizione precoce, in questo desiderio negato prima ancora di potersi nominare, che la regia sembra individuare l’origine dei comportamenti futuri di Don Giovanni: la compulsione alla conquista, la serialità del gesto, l’impossibilità di abitare una relazione che non sia immediatamente consumata o rimossa. Attorno a questa presenza non archiviabile si organizza un universo scenico – finemente progettato da Alberto Beltrame e sapientemente illuminato da Marco Alba – dominato dall’idea del collezionismo: Don Giovanni accumula corpi, storie, costumi – disegnati da Elena Beccaro –, identità come oggetti, nel tentativo di sottrarsi a ogni confronto reale, mentre Leporello ne custodisce e razionalizza l’archivio. In questo spazio ordinato e claustrofobico, la seduzione perde ogni aura eroica e si rivela per ciò che è: una fuga continua dal grembo, dalla responsabilità, dalla possibilità stessa di diventare adulti. Ecco dunque che Bernard costruisce, con quella padronanza ribadita in ogni occasione, uno spettacolo che si nutre di flashback e proiezioni mentali, simboli e allusioni, intrecciando il tempo dell’azione con quello della memoria e facendo della scena non tanto il luogo dell’evento quanto quello della rielaborazione. Il racconto procede quindi per stratificazioni, più che per progressioni lineari, lasciando affiorare un passato che non smette di agire sul presente e trasformando la vicenda di Don Giovanni anche in un percorso interiore segnato da ritorni, rimozioni e ossessioni. Certo, va detto che non si tratta della migliore messinscena plasmata da Bernard, anche perché qui e là la rilettura di Elvira suona comunque un po' pretestuosa e il finale non ha quel lampo che uno spettacolo così ambizioso lascerebbe attendere ma, siamo al solito discorso, l’eleganza del linguaggio scenico, la coerenza e la fluidità con cui l’impianto registico è costruito, il lavoro certosino e intenso sugli attori, finiscono per compensare ampiamente queste incertezze, restituendo uno spettacolo che si lascia seguire con interesse e che, pur non centrando sempre il bersaglio, dimostra una visione chiara, una personalità originale e una mano sicura. Dunque, tutto quello che davvero serve per permetterci di usare la parola “regia” nella pienezza del suo significato.
Il cast, come sempre avviene al Municipale di Piacenza, è di altissimo livello. Carmela Remigio ci lascia di stucco: alle prese con l’ennemilesimo cimento col ruolo, sa metabolizzare le suggestioni registiche e riplasmare completamente la sua Elvira per conferirle un’autenticità ora incontrovertibile e rinnovata, facendo dialogare l’inossidabile vocalista e l’eccezionale interprete in un ritratto di grande complessità che conduce dritto a una prova di rara maestria. Che fuoriclasse. Nei panni del protagonista, Markus Werba ottiene un’accoglienza un po’ tiepida, inspiegabile perché l’anima seduttrice ne abita movenze e canto. Dicitore finissimo, attore istrionico e carismatico, Werba offre un ritratto coerente, misurato, che privilegia la sottigliezza alla brutalità e che, proprio per questo, forse spiazza una parte del pubblico abituata a un libertino più rumoroso. Fin da subito s’impone invece il Leporello di Tommaso Barea: voce franca, bella, piena, sorretta da un’emissione solida e ben proiettata, che gli consente di affrontare la parte con disinvoltura e precisione. Barea costruisce un Leporello partecipe e tutt’altro che subalterno, attento alla parola, puntuale nel ritmo, in grado di restituire al personaggio una vivacità teatrale sempre funzionale all’insieme, senza mai scivolare nel bozzetto o nell’effetto facile. Sulla stessa scia è il Masetto di Alberto Petricca, personaggio spesso sacrificato a una caratterizzazione grossolana, qui invece restituito con classe e intelligenza. Petricca ne fa un Masetto aitante, vocalmente fascinoso e scenicamente presente, capace di coniugare una linea di canto ben tornita a un fraseggio scolpito, senza forzature né eccessi caricaturali. Marco Ciaponi, Don Ottavio, guadagna gli applausi a scena aperta più calorosi, specie dopo la prima aria: qui il timbro privilegiato, le belle mezzevoci e l’accento nobile trovano una sintesi particolarmente felice, mettendo in risalto una sensibilità e un’espressività di prim’ordine. Claudia Pavone incarna Donna Anna con pathos e intensità: al netto di qualche asperità nei passaggi di bravura, la sua Anna si fa apprezzare per la propensione all’involo lirico che non le preclude il fuoco nei momenti più drammatici. Ottima, infine, la Zerlina di Désirée Giove, dotata di strumento luminoso e di una freschezza che ben si adatta al ruolo, restituito con grazia, contezza scenica e naturalezza d’intenti. Corretto il Commendatore di Renzo Ran e ottima la prova del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, istruito dal maestro Corrado Casati.
Alla guida dell’Orchestra Filarmonica Italiana, Enrico Pagano dirige con mano autorevole e gesto nitido, impostando una lettura scorrevole, flessuosa, ben argomentata sul piano agogico e dinamico. Ne risulta una concertazione attenta al respiro teatrale, capace di sostenere con elasticità il canto e di accompagnare l’azione senza ostacolarla, valorizzando le trasparenze della scrittura mozartiana e mantenendo sempre vivo il dialogo tra buca e palcoscenico. Manca, forse, quella zampata ferina che sappia accendere improvvisamente la tensione drammatica e spingere il discorso musicale verso esiti più rischiosi e incandescenti; ma la solidità dell’impianto, la chiarezza delle intenzioni e la cura costante per l’equilibrio complessivo restituiscono comunque una direzione coerente e matura, capace di servire lo spettacolo con intelligenza e misura.
Accoglienza calorosa per cantanti e direttore, qualche contestazione, prevedibile, per la regia, ma gran bella serata, di quelle che sovente regala il Municipale di Cristina Ferrari.
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