L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Brahms e Dvořák

 di Stefano Ceccarelli

Uno dei concerti più attesi del cartellone sinfonico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è quello che vede protagonisti Daniel Harding e Daniil Trifonov, nel quale si esegue il Concerto n. 2 in si bemolle maggiore op. 83 di Johannes Brahms, seguìto dalla Sinfonia n. 7 in re minore op. 70 di Antonín Dvořák.  

ROMA, 14 marzo 2026 – Le prime due settimane di marzo hanno visto concerti di altissima promossi dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia: non solo il ritorno di Yuja Wang (la recensione) ma anche quello di Daniil Trifonov, che con la prima condivide il titolo di star del pianismo internazionale. Due caratteri, due stili del tutto opposti sono quelli di Wang e Trifonov: estroversa icona pop la prima, introverso, quasi dimesso il secondo. Un dittico di pianisti che fanno risaltare le rispettive caratteristiche per contrasto, rendendo ancor più interessante l’opportunità di ascoltarli uno dopo l’altra. 

Il ritorno di Daniil Trifonov nei cartelloni ceciliani è all’insegna di Johannes Brahms e del suo Concerto n. 2, con cui si apre la serata. Alla guida dell’orchestra c’è Daniel Harding. Fin dal I movimento (Allegro non troppo) si nota quanto il direttore sia diligente nell’interpretazione dell’agogica brahmsiana. L’Allegro, infatti, è dichiaratamente non troppo e, assai più di tante blasonate bacchette, Harding espande la conduzione, largheggiando, finanche, in taluni punti e rendendo maggiormente intelligibili le perle della scrittura del compositore. Certo, è pur vero che il confronto con celebri interpretazioni di questo movimento fa percepire la mancanza di un po’ di polso, ma la resa non manca di momenti sublimi, puramente romantici. Trifonov si adegua a questa lettura, con limpidezza di fraseggio, sgranatura del suono, parco uso del pedale. L’effetto è stupendo nella chiarezza ma palesa un elemento che sarà centrale nell’intera interpretazione del pianista: la mancanza di una lettura profonda, di uno scavo intellettuale nel pezzo, financo di una certa originalità di resa che pure sarebbe lecito attendersi da un pianista del calibro di Trifonov. Comunque, se manca, volutamente, l’impeto (come si è notato nella cadenza incipitaria), non viene meno lo slancio, l’afflato romantico. I momenti più belli sono gli impasti trasognati del dialogo fra il pianoforte e l’orchestra, che dipingono emozioni trascolorate dalla dolcezza di una tenue malinconia, mantenendo il fraseggio del pianoforte al livello più cristallino possibile. Tecnicamente parlando, Trifonov è ineccepibile, come oramai sa tutto il mondo. L’impeto che mancava nel I è sprigionato con grande attenzione da Harding nel II (Allegro appassionato). La mano del direttore è più sciolta, l’orchestra emerge più netta, i ritmi più decisi. Trifonov riesce a trovare i colori giusti, con una mano più decisa nel fraseggiare, una verticalizzazione più spedita, mantenendo comunque un ottimo grado di chiarezza e limpidezza sonora. Del resto, che fra i maggiori talenti del russo ci fosse l’attenzione maniacale al peso ed al colore sonoro è palmare per chiunque l’abbia ascoltato almeno una volta dal vivo, in una sala da concerto. Il III movimento (Andante) si aggiudica la vittoria come il vertice di questa esecuzione per profondità di lettura. Direttore e pianista sono perfettamente allineati in una dimensione eterea, che tocca l’empireo del suono. La direzione di Harding è calibrata al millimetro, attentissima a sfumature e nuances. Trifonov immerge il pubblico in una dimensione che fonde pura sensazione della vibrazione sonora alla razionalità del gesto musicale, quasi a sfociare in misticismo sonoro. L’impressione è di pura estasi. Splendido anche il IV movimento (Allegretto grazioso): calibrata la direzione, dosata nelle dinamiche (soprattutto nei ritardando,così tipici della scrittura brahmsiana). Insomma, l’interpretazione di Harding palesa sensibilità al dato bozzettistico e mira ad esaltare il gusto marcatamente ungherese dei diversi passaggi. Trifonov, dal canto suo, riesce a leggere tutto con assoluta padronanza, dando l’impressione di farlo con estrema facilità. Gli applausi invadono la sala. Mentre il pubblico si gode il bis del pianista, una delle Visions fugitives (op. 22, n. 20) di Sergej Prokof’ev, viene in mente una riflessione di carattere generale: Harding ha mostrato più personalità artistica rispetto a Trifonov, la cui interpretazione ha il pregio di una mirabile estetica, che va bilanciata, inevitabilmente, con l’assenza di una chiave di lettura del Secondo concerto di Brahms più personale e completa.

Nel secondo tempo viene eseguita la Settima di Dvořák, compositore amato da Brahms e da lui ‘sponsorizzato’ – il concerto, quindi, possiede un’intrinseca coerenza dovuta proprio a questo profondo legame d’amicizia e stima fra i due compositori. La Settima è una sinfonia celebrativa, dove il linguaggio di Dvořák si fa particolarmente istituzionale e denso. Harding dimostra carattere fin dall’Allegro maestoso (I), dove slancia l’orchestra, dal suono ottimo, in uno sviluppo complesso, senza perdere il controllo, soprattutto sulle dinamiche. Se questo I movimento presenta meno inventiva, meno freschezza, se non quella contrappuntistica, il Poco adagio (II) mostra squarci sublimi, soprattutto grazie al tema principale, di gusto pastorale, ma con rifrazioni epiche, così tipicamente boeme, screziate dalla lussureggiante vegetazione orchestrale, cromatica ma riflessiva. Harding aggiunge un piglio drammatico anche all’oscillante sviluppo, fino al placido finale. Ancor più boemo nelle sonorità è lo Scherzo, diretto dall’inglese con senso coreutico: i ritmi frullano in una studiata intelaiatura, sulla quale i temi cantano e danzano, soprattutto nel furiant. Harding è abile a sciogliere il polso per ammorbidire i passaggi, senza però perdere il controllo. Il miglior movimento sul piano della composizione, il Finale, sempre cangiante e teso, appare ricco di inventiva e fantasia, oltre che di intensità drammatica: si mostra, quindi, il banco di prova perfetto per testare la personalità di Harding, che palesa un’idea sempre ben chiara di ciò che dirige, una sua inconfondibile firma. Gli applausi del pubblico, fragorosi, testimoniano l’eccellente riuscita della performance.

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