Memorie di un amico
Come ricercatore, docente, musicista, uomo di teatro e di canto, Michael Aspinall un punto di riferimento nella storia dell'opera dell'ultimo secolo. Gina Guandalini lo racconta dal punto di vista di un'amicizia nata a Roma, fra uno spettacolo e l'altro al Teatro Ghione.
Il 10 luglio ci ha lasciato un personaggio speciale della storia dell’opera, l’inglese Michael Aspinall. Musicologo e ricercatore, cantante, docente di canto e soprattutto interprete teatrale di ireresistibile verve comica. Filologia, talento e ironia. Era nato a Stockport – a sud di Manchester – il 31 ottobre 1939, e amava dire di essere venuto al mondo durante la notte delle streghe di Halloween. Giunto a Roma alla metà degli anni Sessanta, aveva subito giocato la grossa carta di riproporre il salotto vittoriano, scapigliato ed edoardiano in “drag”, presentandosi come Divina, di volta in volta Adelina Patti, Luisa Tetrazzini, Cécile Chaminade. Alto, massiccio, grottescamente avvolto in piume e lustrini, trillava e gorgheggiava in un falsetto misto ad affondi baritonali che era irresistibile. Il suo modello era, almeno in parte, Florence Foster Jenkins, che però da noi era praticamente sconosciuta; i pubblici italiani ridevano di lui, di Aspinall. Come fece osservare Emilio Gavezzotti, recensore di Discoteca, questo baritono-falsettista possedeva un trillo perfetto; e comprendeva tutti i doppi sensi delle ariette italiane che presentava al pubblico (è grazie a lui se La frìtola di Noè Frascaro è ancora nota a Venezia).
Negli anni ’80 e ’90 abitava a Roma in via dell’Arancio, nel centro storico. Diventammo amici. Mi diceva che le mie risate incontenibili arrivavano fino ai camerini. Il giro includeva una coppia splendida e teatralmente geniale, Ileana Ghione e Chris Haxworthy, creatori e ideatori del Teatro Ghione in via delle Fornaci: una bomboniera di velluto cremisi che tuttora ospita stagioni di teatro e di musica di alto livello. C’era Michael Scott - già agente della Sutherland e della Horne a Londra - che preparava uno studio sulla Callas e reclutò il mio aiuto per i suoi numerosi problemi con la lingua italiana; andava e veniva da Londra Richard Bebb, il più grande collezionista di 78 giri operistici del mondo, che detestava la Callas e adorava Maria Farneti. Il gusto operistico britannico rimane ancor oggi del tutto a sè: Michael non capiva perchè in Butterfly Raina Kabaivanska non rappresentava la giapponesina bamboleggiante e tutta inchini, perché “non recitasse”. All’epoca Scott scriveva che la Cio Cio San della Callas era artefatta e rigida, e si chiedeva perchè non avesse ascoltato la registrazione di Toti Dal Monte, che cantava senza affettazione e del tutto spontaneamente.
Organizzai a casa mia un paio di Capodanni British divertentissimi. C’erano Andy Miller (in arte Andrea Mugnaio) e Karen Christenfeld, che con sarcasmo e simpatia insuperabili supportavano in palcoscenico le chicche belcantistiche e le sceneggiate operistiche aspinalliane. Mi capitava di incontrare questi due interpreti nella zona di Largo Argentina, e salutarli era una gioia..
Già nel 1976 usciva per la DECCA un LP, The Surprising Soprano, con l’accompagnamento al piano di Courtney Kenny. Ma è nei molti video preservati su Youtube che possiamo farci un’idea dall’ampiezza delle sue proposte e della vivacità del talento di attor comico di Aspinall.
Quante musiche e quante gag da ricordare! Forse in prima linea il finale di Norma: arrivati a “Parla! Chi è dessa?...Ah, non lo dir!” Michael/Norma proclamava “È leeeeiiii!” indicando Adalgisa /Karen. Poi attizzava il rogo sotto la rivale e attaccava “Ah, non giunge uman pensiero | al contento ond’io son piena!” Come Gioconda, scarmigliata e coperta di orpelli, ululava “Suicidio!” brandendo pugnale, flacone di veleno, scimitarra e cappio per impiccagione. Malizioso lo scontro Tosca-Scarpia: alla drammatica frase “Quanto? Il prezzo!” Michael/Floria rovesciava sulla scrivania di Andy/Scarpia il contenuto di un borsellino da sera; ma appena era chiaro che non era il denaro quello che Scarpia voleva, si affrettava a riporre tutte le monetine in salvo.
Noi estimatori aspettavamo i bis finali: La Diva, il brano che la Patti elargiva ai suoi fans, era scritto da Albert Visetti. Questi, un dàlmata amico di Boito, era una di quelle figure di collegamento tra l’Italia e la regina Vittoria, come anche Luigi Arditi, e solo Aspinall lo conosceva. “Sono giovane e sono bella | son la Diva, son la Stella. | Il piacere mi circonda | nata son per farmi amar. | Ognor libera, ognor gioconda, | voglio ridere e scherzar”. L’ultimo bis era quasi sempre Clavelitos di Joaquin Quinito Valverde, con frenetico lancio di garofanini che noi di plarea ci contendevamo. Per l’ultimo lancio Michael faceva roteare il canestrello vuoto – che riuscii ad afferrare e conservai per anni.
Solo Michael poteva esportare in Italia una compositrice come Liza Lehmann, con la sua canzoncina infantile in stile Lewis Carroll: “There are fairies at the bottom of the garden” (Ci sono fate in fondo al giardino), che è stata nel repertorio di Julie Andrews. La descrizione un po’ leziosa del British Garden – con il boschetto, il muschio, il ruscelletto, i conigli selvatici, le api si conclude “La regina, delle fate indovini chi può essere? Tutto il giorno è una bambina, ma di notte scappa...Be’, sono io!”
Un paio di volte lo incontrai alla Biblioteca di Santa Cecilia, immerso nelle sue instancabili ricerche. E voglio ricordare che, a dispetto dei travestimenti e del timbro vocale grottesco, la bellezza pura delle musiche da lui riscoperte e riproposte ancora mi risuona nel cuore. Penso a Eufemio di Messina, ossia La distruzione di Catania di Giuseppe Persiani, su libretto di Felice Romani. All’annuncio il titolo di quest’opera faceva ridere, ma sarebbe una partitura da riproporre. E non dimentico il leggiadro duetto arcadico “Per valli, per monti” come lo intonavano Michael e Karen; e tante altre riscoperte.
Nel ’91 uscì un breve saggio di Aspinall nel volume Musica senza aggettivi; studi per Fedele D’Amico. Si intitolava Don Giovanni – An Unfamiliar Opera e polemizzava contro le escuzioni rigide e teutoniche del Mozart internazionale quale si è configurato all’inizio del ventesimo secolo. Con la progressiva sparizione del Don Giovanni dal repertorio di direttori e cantanti italiani, faceva notare Aspinall, erano subentrate nei più grandi teatri esecuzioni in cui libertà ritmica, rubato e le detestate appoggiature erano bandite con disgusto. Ascoltare, per credere, la leggerezza e la vivacità autenticamente filologiche e mozartiane del Don Giovanni registrato nel ’68 da Bonynge – le cui protagoniste – sono la Sutherland come Anna e la Horne come Zerlina.
Alla fine degli anni ’90 Michael si trasferì a Napoli, città che lo adottò con affetto e alla quale lui era legatissimo. Ricordo una cena da lui in cui gustammo il suo coniglio “alla Aspinall”, cotto al forno con cipolle, latte e pangrattato. A Napoli divenne docente di canto a tempo pieno e so che le soddisfazioni non gli sono mancate. Dopo qualche anno di silenzio riprendemmo i contatti subito dopo il Covid. Ma aveva problemi con hotmail e potevamo comunicare solo per il tramite di un amico. Mi raccontò così, in pretto stile P.G. Wodehouse, degli ultimi mesi di vita di Michael Scott e del circolo di letture evangeliche che organizzava con amici napoletani. Nell’aprile scorso il sindaco Gaetano Manfredi gli aveva conferito la Medaglia della Città di Napoli per meriti artistici e per l’affetto che lo legava alla sua città di elezione.
Ci mancherà. Era una cara e generosa persona e ha ampliato il nostro senso dell’umorismo e le nostre conoscenze musicali.
